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prete cattolico, disposto a credere al Vangelo di Gesu' in un mondo che fa fatica ad aprirgli le porte.

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venerdì 16 aprile 2010

Solidarietà ai sacerdoti senza macchie

Alberto Melloni Corriere della Sera 11 aprile 2010



A chi lo guarda in modo superficiale, al centro di questo terremoto causato dall’inettitudine dei vescovi cattolici davanti ai crimini commessi da qualche prete c’è il Papa: il Papa da accusare, oppure il Papa da difendere.
E in questo terremoto che dura e durerà può darsi che davvero l’attenzione si sposti tutta e solo sul romano pontefice, con esiti che di nuovo metteranno l’uno davanti all’altro la devozione al Papa «prigioniero» che la storia già conosce e lo sdegno contro l’uomo del «passato» che eccita gli anticlericali d’ogni età. Il rischio è che in questa «papalizzazione» della questione, sia essa accusatoria o apologetica, spariscano dall’orizzonte le figure di maggior rilievo: che non sono, nonostante tutto, i perpetratori del crimine che devono consegnarsi alla giustizia prima che ad ogni altra cosa, ma i vescovi da un lato e le vittime in senso proprio, cioè i bambini di un tempo, le loro mamme, i loro papà traditi dall’obbedienza all’impegno assunto nel battesimo dei figli. Ma c’è una figura che pare tramontata dall’orizzonte della discussione e che è anch’essa una vittima atrocemente punita da questa vicenda e dal suo fatale prolungarsi nel tempo, ed è il «prete normale». Anche lui un ex ragazzo che a un certo punto della giovinezza ha deciso di dedicare la sua vita al ministero della parola e del sacramento, di entrare in quella che, nel sogno del concilio di Trento, era una casta dalla cultura superiore, capace di promuovere a ranghi altissimi i figli degli umili e che ormai, dal XX secolo in poi, è una categoria come un’altra, di modesto prestigio sociale e in molti Paesi come l’Italia, senza facoltà teologiche, di rango culturale men che medio. Questo ex ragazzo ora «prete normale» ha fatto la scelta del celibato con entusiasmo: pressato da un lato dal modello monastico della verginità, dall’altro dalla difficoltà oggettiva di compensare nel centuplo di relazioni di donazione quella condizione che la sapienza della Chiesa latina non ha mai equiparato a quella dell’angelo, ma se mai, a quella del lottatore impegnato in una battaglia quotidiana. Battaglia che si fa pericolosa proprio quando sembra vinta, quanto il celibato diventa un’abitudine; e che tanti comunque vincono, restando fedeli al proprio stato, pur attraverso mancanze, cedimenti di un attimo o di un tempo della vita, e che solo per pochissimi prendono la via della perversione o del crimine o di entrambe le cose. Alla base della vita di questo «prete normale» c’è uno scambio sproporzionato: dal pulpito al confessionale, dal capezzale del malato allo zingaro che viene alla sua sagrestia, egli si sente investito di una fiducia illimitata. Più che di quel «potere» che rendeva tronfio il prete clericale egli si sente oggi, soprattutto grazie alla metamorfosi della vita comunitaria e alla riforma liturgica operata dal Concilio, destinatario di una fiducia che diventa un’attesa: a questa fiducia egli può rispondere diventando il Papa della propria parrocchia, il guru del proprio gruppo, o peggio. Ma proprio questa sproporzione lo sostiene. A mano a mano che la tempesta della pedofilia travolge i Paesi o le aree della Chiesa— il Massachusetts, i legionari di Cristo, l’Irlanda, la Germania e poi vedremo cos’altro — questo «prete normale» sente la metamorfosi di quella fiducia: certo i suoi fedeli e i suoi cari sanno che lui «non è così», che lui «non c’entra», ovviamente. Ma al tempo stesso sente che attorno a lui cambia qualcosa: e che se oltre alle vittime di criminali impuniti c’è un’altra vittima del disdoro che vescovi inetti e disattenti al loro presbiterio hanno attirato sulla Chiesa, questo è lui, la sua funzione. Bisogna vivere su Marte per non sentire che nel «prete normale» si consuma un dramma che è più piccolo di quello delle famiglie e dei bambini o bambine violate, ma di portata non inferiore. E l’idea che qualche genio pensi di discutere per questo del celibato ne distrugge il morale (oltre ad insultare i tanti sposati che non guardano da qualche secolo al proprio coniuge come a una medicina antifornicazione, ma come ad un compagno di vita). Di un clero uxorato e di un ministero femminile la Chiesa aveva già bisogno prima, per rimanere Chiesa eucaristica e non affidarsi a quelle innocenti ipocrisie liturgiche che preparano il terreno alla diffusione di forme pentecostali di cristianesimo. Riproporre il tema adesso e così significa solo aggiungere alla sofferenza del «prete normale» un peso in più: e avrebbe diritto di dire che è insopportabile, avrebbe diritto ad avere anche lui un po’ di solidarietà.

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