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- luca centurioni
- prete cattolico, disposto a credere al Vangelo di Gesu' in un mondo che fa fatica ad aprirgli le porte.
Pagine
venerdì 16 aprile 2010
Solidarietà ai sacerdoti senza macchie
Alberto Melloni Corriere della Sera 11 aprile 2010
A chi lo guarda in modo superficiale, al centro di questo terremoto causato dall’inettitudine dei vescovi cattolici davanti ai crimini commessi da qualche prete c’è il Papa: il Papa da accusare, oppure il Papa da difendere.
E in questo terremoto che dura e durerà può darsi che davvero l’attenzione si sposti tutta e solo sul romano pontefice, con esiti che di nuovo metteranno l’uno davanti all’altro la devozione al Papa «prigioniero» che la storia già conosce e lo sdegno contro l’uomo del «passato» che eccita gli anticlericali d’ogni età. Il rischio è che in questa «papalizzazione» della questione, sia essa accusatoria o apologetica, spariscano dall’orizzonte le figure di maggior rilievo: che non sono, nonostante tutto, i perpetratori del crimine che devono consegnarsi alla giustizia prima che ad ogni altra cosa, ma i vescovi da un lato e le vittime in senso proprio, cioè i bambini di un tempo, le loro mamme, i loro papà traditi dall’obbedienza all’impegno assunto nel battesimo dei figli. Ma c’è una figura che pare tramontata dall’orizzonte della discussione e che è anch’essa una vittima atrocemente punita da questa vicenda e dal suo fatale prolungarsi nel tempo, ed è il «prete normale». Anche lui un ex ragazzo che a un certo punto della giovinezza ha deciso di dedicare la sua vita al ministero della parola e del sacramento, di entrare in quella che, nel sogno del concilio di Trento, era una casta dalla cultura superiore, capace di promuovere a ranghi altissimi i figli degli umili e che ormai, dal XX secolo in poi, è una categoria come un’altra, di modesto prestigio sociale e in molti Paesi come l’Italia, senza facoltà teologiche, di rango culturale men che medio. Questo ex ragazzo ora «prete normale» ha fatto la scelta del celibato con entusiasmo: pressato da un lato dal modello monastico della verginità, dall’altro dalla difficoltà oggettiva di compensare nel centuplo di relazioni di donazione quella condizione che la sapienza della Chiesa latina non ha mai equiparato a quella dell’angelo, ma se mai, a quella del lottatore impegnato in una battaglia quotidiana. Battaglia che si fa pericolosa proprio quando sembra vinta, quanto il celibato diventa un’abitudine; e che tanti comunque vincono, restando fedeli al proprio stato, pur attraverso mancanze, cedimenti di un attimo o di un tempo della vita, e che solo per pochissimi prendono la via della perversione o del crimine o di entrambe le cose. Alla base della vita di questo «prete normale» c’è uno scambio sproporzionato: dal pulpito al confessionale, dal capezzale del malato allo zingaro che viene alla sua sagrestia, egli si sente investito di una fiducia illimitata. Più che di quel «potere» che rendeva tronfio il prete clericale egli si sente oggi, soprattutto grazie alla metamorfosi della vita comunitaria e alla riforma liturgica operata dal Concilio, destinatario di una fiducia che diventa un’attesa: a questa fiducia egli può rispondere diventando il Papa della propria parrocchia, il guru del proprio gruppo, o peggio. Ma proprio questa sproporzione lo sostiene. A mano a mano che la tempesta della pedofilia travolge i Paesi o le aree della Chiesa— il Massachusetts, i legionari di Cristo, l’Irlanda, la Germania e poi vedremo cos’altro — questo «prete normale» sente la metamorfosi di quella fiducia: certo i suoi fedeli e i suoi cari sanno che lui «non è così», che lui «non c’entra», ovviamente. Ma al tempo stesso sente che attorno a lui cambia qualcosa: e che se oltre alle vittime di criminali impuniti c’è un’altra vittima del disdoro che vescovi inetti e disattenti al loro presbiterio hanno attirato sulla Chiesa, questo è lui, la sua funzione. Bisogna vivere su Marte per non sentire che nel «prete normale» si consuma un dramma che è più piccolo di quello delle famiglie e dei bambini o bambine violate, ma di portata non inferiore. E l’idea che qualche genio pensi di discutere per questo del celibato ne distrugge il morale (oltre ad insultare i tanti sposati che non guardano da qualche secolo al proprio coniuge come a una medicina antifornicazione, ma come ad un compagno di vita). Di un clero uxorato e di un ministero femminile la Chiesa aveva già bisogno prima, per rimanere Chiesa eucaristica e non affidarsi a quelle innocenti ipocrisie liturgiche che preparano il terreno alla diffusione di forme pentecostali di cristianesimo. Riproporre il tema adesso e così significa solo aggiungere alla sofferenza del «prete normale» un peso in più: e avrebbe diritto di dire che è insopportabile, avrebbe diritto ad avere anche lui un po’ di solidarietà.
A chi lo guarda in modo superficiale, al centro di questo terremoto causato dall’inettitudine dei vescovi cattolici davanti ai crimini commessi da qualche prete c’è il Papa: il Papa da accusare, oppure il Papa da difendere.
E in questo terremoto che dura e durerà può darsi che davvero l’attenzione si sposti tutta e solo sul romano pontefice, con esiti che di nuovo metteranno l’uno davanti all’altro la devozione al Papa «prigioniero» che la storia già conosce e lo sdegno contro l’uomo del «passato» che eccita gli anticlericali d’ogni età. Il rischio è che in questa «papalizzazione» della questione, sia essa accusatoria o apologetica, spariscano dall’orizzonte le figure di maggior rilievo: che non sono, nonostante tutto, i perpetratori del crimine che devono consegnarsi alla giustizia prima che ad ogni altra cosa, ma i vescovi da un lato e le vittime in senso proprio, cioè i bambini di un tempo, le loro mamme, i loro papà traditi dall’obbedienza all’impegno assunto nel battesimo dei figli. Ma c’è una figura che pare tramontata dall’orizzonte della discussione e che è anch’essa una vittima atrocemente punita da questa vicenda e dal suo fatale prolungarsi nel tempo, ed è il «prete normale». Anche lui un ex ragazzo che a un certo punto della giovinezza ha deciso di dedicare la sua vita al ministero della parola e del sacramento, di entrare in quella che, nel sogno del concilio di Trento, era una casta dalla cultura superiore, capace di promuovere a ranghi altissimi i figli degli umili e che ormai, dal XX secolo in poi, è una categoria come un’altra, di modesto prestigio sociale e in molti Paesi come l’Italia, senza facoltà teologiche, di rango culturale men che medio. Questo ex ragazzo ora «prete normale» ha fatto la scelta del celibato con entusiasmo: pressato da un lato dal modello monastico della verginità, dall’altro dalla difficoltà oggettiva di compensare nel centuplo di relazioni di donazione quella condizione che la sapienza della Chiesa latina non ha mai equiparato a quella dell’angelo, ma se mai, a quella del lottatore impegnato in una battaglia quotidiana. Battaglia che si fa pericolosa proprio quando sembra vinta, quanto il celibato diventa un’abitudine; e che tanti comunque vincono, restando fedeli al proprio stato, pur attraverso mancanze, cedimenti di un attimo o di un tempo della vita, e che solo per pochissimi prendono la via della perversione o del crimine o di entrambe le cose. Alla base della vita di questo «prete normale» c’è uno scambio sproporzionato: dal pulpito al confessionale, dal capezzale del malato allo zingaro che viene alla sua sagrestia, egli si sente investito di una fiducia illimitata. Più che di quel «potere» che rendeva tronfio il prete clericale egli si sente oggi, soprattutto grazie alla metamorfosi della vita comunitaria e alla riforma liturgica operata dal Concilio, destinatario di una fiducia che diventa un’attesa: a questa fiducia egli può rispondere diventando il Papa della propria parrocchia, il guru del proprio gruppo, o peggio. Ma proprio questa sproporzione lo sostiene. A mano a mano che la tempesta della pedofilia travolge i Paesi o le aree della Chiesa— il Massachusetts, i legionari di Cristo, l’Irlanda, la Germania e poi vedremo cos’altro — questo «prete normale» sente la metamorfosi di quella fiducia: certo i suoi fedeli e i suoi cari sanno che lui «non è così», che lui «non c’entra», ovviamente. Ma al tempo stesso sente che attorno a lui cambia qualcosa: e che se oltre alle vittime di criminali impuniti c’è un’altra vittima del disdoro che vescovi inetti e disattenti al loro presbiterio hanno attirato sulla Chiesa, questo è lui, la sua funzione. Bisogna vivere su Marte per non sentire che nel «prete normale» si consuma un dramma che è più piccolo di quello delle famiglie e dei bambini o bambine violate, ma di portata non inferiore. E l’idea che qualche genio pensi di discutere per questo del celibato ne distrugge il morale (oltre ad insultare i tanti sposati che non guardano da qualche secolo al proprio coniuge come a una medicina antifornicazione, ma come ad un compagno di vita). Di un clero uxorato e di un ministero femminile la Chiesa aveva già bisogno prima, per rimanere Chiesa eucaristica e non affidarsi a quelle innocenti ipocrisie liturgiche che preparano il terreno alla diffusione di forme pentecostali di cristianesimo. Riproporre il tema adesso e così significa solo aggiungere alla sofferenza del «prete normale» un peso in più: e avrebbe diritto di dire che è insopportabile, avrebbe diritto ad avere anche lui un po’ di solidarietà.
sabato 27 febbraio 2010
UOMINI DIVERSI
Immergersi nella vita reale testimoniando con verità le beatitudini… esser affamati e assetati di giustizia… implica una apertura di se’ sul mondo: predicare questa beatitudine significa consegnare alle persone grandi responsabilità e grande libertà …
Essere testimoni di beatitudini e non di una serie di confini o proibizioni…
L’anticristianesimo che incontriamo e vediamo e’ frutto di una predicazione antica che trascina ancora le sue conseguenze, quando in nome si Cristo di predicavano solo i 10 comandamenti… e dai quei “no” ci si e’ voluti solo liberare, buttando via il bambino con l’acqua sporca !
Nessuno ha mai letto la pagina di San Paolo: “Tutte le promesse di Dio in lui (Gesu’) sono divenute «sì». Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro «amen» (2 Cor 1.20).
Quanta gente confonde la legge mosaica con il Cristianesimo o il Vangelo tout court ?
Bisogna essere nel tessuto del mondo, cosi come esso e’, senza cercare un tessuto diverso o rifugiarsi in tessuti diversi o creare tessuti diversi, perche’ in quel popolo che Dio si era scelto (“venne tra i suoi ma i suoi non lo hanno ne’ riconosciuto ne’ accolto Gv. 1,11)… Gesu’ e’ nato secondo le profezie, ma le previsioni non si sono realizzate..
Bisogna immergersi profondamente nel mondo cosi come esso e’, senza condizioni, accettando persino di essere rifiutati, (un discepolo non e’ da piu’ del suo Maestro (Lc 6,40).
Bisogna comprendere le difficoltà e le complessità di questo mondo … non e’ facile annunciare il Vangelo da un pulpito, ma e’ ancora meno facile annunciarlo nella vita reale delle pieghe di una societa’ senza volto e senza indirizzo (o peggio quando questo volto e’ sfigurato).
L’umanita’ vera dell’uomo e’ nelle beatitudini.. e le beatitudini sono questo binomio di costrutto linguistico di presente e futuro, dove, se il futuro e’ dato per fede, il presente e’ dato per presa d’atto… fame e sete, pianto e sofferenza e persecuzione … ma con la scelta di chi vuole essere scintilla di novita’ fin da ora … mitezza, purezza..
Senza l’etica e l’ottica della incarnazione… non si annuncia nessun Gesu’ Cristo… forse si parla di Dio .. ma di fronte a Dio nessuno obbietta.. tutti hanno un Dio ..
Il Cristiano annuncia il Dio di Gesu’ Cristo, l’unico Dio, ma che a volte suona cosi diverso non tanto dagli altri dei consociuti, ma da tutti quegli dei personali che uno si immagina, si costruisce. Il vero politeismo moderno non e’ dato dai vari culti esteriori, antichi o nuovi, ma dal drammatico culto del “proprio” dio, cosi fatto a immagine a somiglianza di se’ da generare non tanto molti déi, quanto uno per ciascuno..
Il coraggio di annunciare un Dio non modellato sul volto di nessun uomo (Gal 1,11) esso passa attraverso la scelta della imitazione del Maestro… solo come discepoli e imitatori di Cristo si annuncia in Dio Cristiano…
La tentazione di ritenere che la salvezza sia merce da comprare con la moneta sonante delle nostre buone opere e’ sempre in agguato …
A volte si misura la efficacia delle nostre attivita’ pastorali sul numero di persone che ci hanno seguito o che abbiamo sfamato o che abbiamo vestito .. il fare del bene viene scambiato non di rado con il dare, denaro , vestiti opportunità di lavoro, perche’ no… e chiamiamo tutto questo fare del bene…
Ma manca a volte il contatto autentico con le persone per le quali facciamo qualcosa… abbiamo degli uffici della carità che aprono a ore stabilita, ma la cosa piu’ importante non e’ l’orario di apertura, ma quello di chiusura.. e’ importante che prima o poi si chiuda la porta che abbiamo aperto per fare la carita’, e si ritorni nel nostro piccolo mondo antico .
Non manca il dare, ma manca la condivisione.. non dare il pane all’affamato, ma spezzare il tuo pane CON l’affamato ..
Non importa quello che dai, puoì essere tuo o puo’ non essere tuo. Frutto di tuoi sacrifici o a volte no… ma la cosa importante e’ condividere il pane… fare companatico con quei filippini o sudamericani che a volte per noi solo solo delle categorie sociali …
Ho provato a mangiare a volte con gente a orari indicibili del giorno o della notte… e stare con loro ore a cena, dopo il loro estenuante lavoro… e alla fine della cena… dove tutti direbbero che la cosa importante e’ cio’ che sta nel piatto … vedere che il mio interlocutore non si e’ accorto se non alla fine che cio’ che si condivideva era il dialogo e non il cibo e quasi tutto era rimasto li, nel piatto … e con la semplicità di chi ha nel cuore di dirti : “padre, oggi non ho neanche mangiato … e’ tutto qui… ma il vero cibo e’ stata questa chiaccherata, vedere che lei e’ interessato ai nostri problemi alle nostre fatiche, alle nostre difficolta’, questo mi ha fatto piu’ bene che non il cibo che puo’ anche rimanere nel piatto.
Non conta il consenso delle istituzioni, non conta la stretta di mano dei potenti… (Il potere e’ di satana …..che dice : “tutta questa potenza è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio”… Lc 4,5, ma dobbiamo metterlo tra parentesi, perche’ potrebbe dare fastidio a qualcuno sentirselo ricordare),
Ci vuole la sapienza del riconoscere di essere servi inutili, ci vuole la saggezza di chi sa che il Regno di Dio e’ come un uomo che ha gettato il seme sulla terra (o nel mare, non importa) egli dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia lo stesso, come, egli non sa… la terra comunque porta il suo frutto (marco 4, 26-28)
La chiamata dei discepoli di Gesu’ e’ a diventare pescatori di uomini…
Diventare pescatori di uomini significa imparare a pescare l’umano, cogliere il valore di ciascuna persona alla quale ti fai prossimo.. e tirarlo su dall’acqua della sua vita materiale, dall’acqua delle sue fragilita’, piccolezze, miserie. Aiutare gli altri ad “uscire” per scoprire il progetto di Dio che chiama a una umanita’ piena di senso .
Anche questo fa un prete in mezzo al mare e ai suoi abitanti umani
Immergersi nella vita reale testimoniando con verità le beatitudini… esser affamati e assetati di giustizia… implica una apertura di se’ sul mondo: predicare questa beatitudine significa consegnare alle persone grandi responsabilità e grande libertà …
Essere testimoni di beatitudini e non di una serie di confini o proibizioni…
L’anticristianesimo che incontriamo e vediamo e’ frutto di una predicazione antica che trascina ancora le sue conseguenze, quando in nome si Cristo di predicavano solo i 10 comandamenti… e dai quei “no” ci si e’ voluti solo liberare, buttando via il bambino con l’acqua sporca !
Nessuno ha mai letto la pagina di San Paolo: “Tutte le promesse di Dio in lui (Gesu’) sono divenute «sì». Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro «amen» (2 Cor 1.20).
Quanta gente confonde la legge mosaica con il Cristianesimo o il Vangelo tout court ?
Bisogna essere nel tessuto del mondo, cosi come esso e’, senza cercare un tessuto diverso o rifugiarsi in tessuti diversi o creare tessuti diversi, perche’ in quel popolo che Dio si era scelto (“venne tra i suoi ma i suoi non lo hanno ne’ riconosciuto ne’ accolto Gv. 1,11)… Gesu’ e’ nato secondo le profezie, ma le previsioni non si sono realizzate..
Bisogna immergersi profondamente nel mondo cosi come esso e’, senza condizioni, accettando persino di essere rifiutati, (un discepolo non e’ da piu’ del suo Maestro (Lc 6,40).
Bisogna comprendere le difficoltà e le complessità di questo mondo … non e’ facile annunciare il Vangelo da un pulpito, ma e’ ancora meno facile annunciarlo nella vita reale delle pieghe di una societa’ senza volto e senza indirizzo (o peggio quando questo volto e’ sfigurato).
L’umanita’ vera dell’uomo e’ nelle beatitudini.. e le beatitudini sono questo binomio di costrutto linguistico di presente e futuro, dove, se il futuro e’ dato per fede, il presente e’ dato per presa d’atto… fame e sete, pianto e sofferenza e persecuzione … ma con la scelta di chi vuole essere scintilla di novita’ fin da ora … mitezza, purezza..
Senza l’etica e l’ottica della incarnazione… non si annuncia nessun Gesu’ Cristo… forse si parla di Dio .. ma di fronte a Dio nessuno obbietta.. tutti hanno un Dio ..
Il Cristiano annuncia il Dio di Gesu’ Cristo, l’unico Dio, ma che a volte suona cosi diverso non tanto dagli altri dei consociuti, ma da tutti quegli dei personali che uno si immagina, si costruisce. Il vero politeismo moderno non e’ dato dai vari culti esteriori, antichi o nuovi, ma dal drammatico culto del “proprio” dio, cosi fatto a immagine a somiglianza di se’ da generare non tanto molti déi, quanto uno per ciascuno..
Il coraggio di annunciare un Dio non modellato sul volto di nessun uomo (Gal 1,11) esso passa attraverso la scelta della imitazione del Maestro… solo come discepoli e imitatori di Cristo si annuncia in Dio Cristiano…
La tentazione di ritenere che la salvezza sia merce da comprare con la moneta sonante delle nostre buone opere e’ sempre in agguato …
A volte si misura la efficacia delle nostre attivita’ pastorali sul numero di persone che ci hanno seguito o che abbiamo sfamato o che abbiamo vestito .. il fare del bene viene scambiato non di rado con il dare, denaro , vestiti opportunità di lavoro, perche’ no… e chiamiamo tutto questo fare del bene…
Ma manca a volte il contatto autentico con le persone per le quali facciamo qualcosa… abbiamo degli uffici della carità che aprono a ore stabilita, ma la cosa piu’ importante non e’ l’orario di apertura, ma quello di chiusura.. e’ importante che prima o poi si chiuda la porta che abbiamo aperto per fare la carita’, e si ritorni nel nostro piccolo mondo antico .
Non manca il dare, ma manca la condivisione.. non dare il pane all’affamato, ma spezzare il tuo pane CON l’affamato ..
Non importa quello che dai, puoì essere tuo o puo’ non essere tuo. Frutto di tuoi sacrifici o a volte no… ma la cosa importante e’ condividere il pane… fare companatico con quei filippini o sudamericani che a volte per noi solo solo delle categorie sociali …
Ho provato a mangiare a volte con gente a orari indicibili del giorno o della notte… e stare con loro ore a cena, dopo il loro estenuante lavoro… e alla fine della cena… dove tutti direbbero che la cosa importante e’ cio’ che sta nel piatto … vedere che il mio interlocutore non si e’ accorto se non alla fine che cio’ che si condivideva era il dialogo e non il cibo e quasi tutto era rimasto li, nel piatto … e con la semplicità di chi ha nel cuore di dirti : “padre, oggi non ho neanche mangiato … e’ tutto qui… ma il vero cibo e’ stata questa chiaccherata, vedere che lei e’ interessato ai nostri problemi alle nostre fatiche, alle nostre difficolta’, questo mi ha fatto piu’ bene che non il cibo che puo’ anche rimanere nel piatto.
Non conta il consenso delle istituzioni, non conta la stretta di mano dei potenti… (Il potere e’ di satana …..che dice : “tutta questa potenza è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio”… Lc 4,5, ma dobbiamo metterlo tra parentesi, perche’ potrebbe dare fastidio a qualcuno sentirselo ricordare),
Ci vuole la sapienza del riconoscere di essere servi inutili, ci vuole la saggezza di chi sa che il Regno di Dio e’ come un uomo che ha gettato il seme sulla terra (o nel mare, non importa) egli dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia lo stesso, come, egli non sa… la terra comunque porta il suo frutto (marco 4, 26-28)
La chiamata dei discepoli di Gesu’ e’ a diventare pescatori di uomini…
Diventare pescatori di uomini significa imparare a pescare l’umano, cogliere il valore di ciascuna persona alla quale ti fai prossimo.. e tirarlo su dall’acqua della sua vita materiale, dall’acqua delle sue fragilita’, piccolezze, miserie. Aiutare gli altri ad “uscire” per scoprire il progetto di Dio che chiama a una umanita’ piena di senso .
Anche questo fa un prete in mezzo al mare e ai suoi abitanti umani
Il cappellano di bordo
don Luca Centurioni
Cappellano di bordo
Cari confratelli,
sono un cappellano di bordo che da ormai 7 anni svolge a tempo pieno questo ministero pastorale di vicinanza ai marittimi e a quanti navigano per mare… faccio parte del Apostolato del Mare in Italia che da 70 anni presta il suo servizio a bordo delle navi per accompagnare marittimi e viaggiatori per i mari del mondo, e sono anche coordinatore dei cappellani di bordo sulle navi passeggeri italiane.
A bordo di una nave si vive tutti i giorni, 24 ore al giorno a fianco a uomini e donne di diversi continenti, lingue culture e religioni.
La vita del marittimo e’ una realta’ che non si conosce perche’ non sta ne’ in cielo ne’ in terra (!!!!!) . Infatti il mare e’ cosi lontano per chi e’ in terra, e la terra cosi lontana per chi e’ in mare… (figuriamoci il cielo… che e’ distante sia dalla terra che dal mare! )
Mi piacerebbe parlare a chi non conosce la vita sulle navi, di questo mondo particolare, nel ventre delle “balene bianche di ferro”, che solcano i mari.
Le navi passeggeri o “da crociera” sulle quali facciamo i preti sono sempre piu’ grandi… arrivano fino a 3880 passeggeri e 1100 persone di equipaggiom quelle che conosciamo qui in Europa, mentre negli USA stanno ra costruendo navi da 5000 passeggeri e 1400 persone di equipaggio… impressionante.. andare sotto una nave di queste ferma in un porto ci si sente come sotto un grattacielo.
Il cappellano e’ a servizio principalmente dell’equipaggio e per tutti e’ il “padre” .. per tutti… anche per i musulmani o gli induisti, o gli agnostici.. intanto fa il padre.. si prende cura di loro: delle necessita’ materiali, del benessere spirituale e anche un po’ materiale, fatto di qualche festa insieme, di qualche momento di ricreazione o di svago… una partita a calcio in qualche porto, una gita in un posto famoso di quelli che si visitano con le navi…
Escursione con alcuni membri dell’equipaggio
alle piramidi di Giza al Cairo
Una presenza, quella del cappellano, che si sente nell’aria.. se ci sei tutti ti sorridono, ma se non ci sei tutti si chiedono: dov’ e’ il prete? Guai se non ci sei, si sentono privi di qualcuno di importante per loro.
Per i passeggeri si celebra la messa, si e’ disponibili per le confessioni, per i colloqui.
Celebrazione della Messa di Natale
La sera non finisce mai… quando e’ mezzanotte e’ ancora presto .. l’equipaggio finisce il lavoro e sono contenti di vederti li’ per i corridoi, nelle salette da pranzo, nel bar a bere una birra in compagnia.. Le attivita’ ricreative con loro si fanno anche a notte fonda, unico tempo di svago in una giornata fatta di duro e pressante lavoro. Mi sembra che si possa vivere cosi quello stile di San Paolo.. : “mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9.22).
Il cappellano di bordo e’ missionario in mezzo a tutti gli uomini e le donne del mondo dovunque essi sono, a qualunque ora… e qui e’ possibile.. non c’e’ giorno o ora dove la presenza del prete a bordo non sia utile e feconda. Alla fine della giornata si e’ stanchi di lavorare … ma non di sorridere.. perche’ siamo uomini del sorriso che diamo e riceviamo.
Portare un sorriso di pace, di speranza in un ambiente dove il lavoro e’ la prima occupazione e c’e’ poco spazio per il resto…
Essere semi di speranza. Essere portatori di pace e di consolazione… con persone che sono lontano dagli affetti, dalla famiglia, da ogni persona cara che grande missione ! Quando si incontrano i ragazzi dell’equipaggio e si parla con loro ti raccontano del loro mondo, delle persone care, della loro famiglia, dei figli che crescono. Il loro cuore e il loro pensiero non e’ lì sulla nave, ma lontano, a casa, e hanno tanto bisogno di parlare con qualcuno di quello che sentono, delle loro emozioni, delle cose a cui tengono di piu’.
Missione e’ andare… anche per mare… anche con chi va per mare… Stare in mezzo al mare, stare in mezzo alla gente di mare.
E fare un po’ anche noi i migranti e gli itineranti… oggi sono tanti milioni di persone che migrano e viaggiano per necessita’ di vita..
Ai nostri giorni la sensibilita’ per i migranti e’ molta, e in tutte le terre i sacerdoti accolgono i migranti. Ma li accolgono a casa loro.. Gli altrisono i migranti, i sacerdoti coloro che accolgono nella loro casa, terra cultura. E’ raro invece che si concepisca il sacerdote come Migrante insieme ai Migranti.. Itinerante insieme agli Itineranti..
Il simbolo delle Organizzazioni ecclesiali che si occupano dei Migranti e’ spesso la Famiglia di Nazaret in viaggio su in mulo, itinerante e migrante (non si capisce se raffigurati nell’andare o nel tornare dall’Egitto, luogo in cui si sono rifugiati per necessita’ a causa della persecuzione di Erode). La famiglia di Nazaret, Gesu’ stesso quindi, e’ raffigurato itinerante, e migrante. Credo che fare il cappellano a bordo di una nave sia imitare Gesu’ proprio in questo: essere itinerante con gli itineranti, migrante con i migranti.
Don Luca Centurioni
don Luca Centurioni
Cappellano di bordo
Cari confratelli,
sono un cappellano di bordo che da ormai 7 anni svolge a tempo pieno questo ministero pastorale di vicinanza ai marittimi e a quanti navigano per mare… faccio parte del Apostolato del Mare in Italia che da 70 anni presta il suo servizio a bordo delle navi per accompagnare marittimi e viaggiatori per i mari del mondo, e sono anche coordinatore dei cappellani di bordo sulle navi passeggeri italiane.
A bordo di una nave si vive tutti i giorni, 24 ore al giorno a fianco a uomini e donne di diversi continenti, lingue culture e religioni.
La vita del marittimo e’ una realta’ che non si conosce perche’ non sta ne’ in cielo ne’ in terra (!!!!!) . Infatti il mare e’ cosi lontano per chi e’ in terra, e la terra cosi lontana per chi e’ in mare… (figuriamoci il cielo… che e’ distante sia dalla terra che dal mare! )
Mi piacerebbe parlare a chi non conosce la vita sulle navi, di questo mondo particolare, nel ventre delle “balene bianche di ferro”, che solcano i mari.
Le navi passeggeri o “da crociera” sulle quali facciamo i preti sono sempre piu’ grandi… arrivano fino a 3880 passeggeri e 1100 persone di equipaggiom quelle che conosciamo qui in Europa, mentre negli USA stanno ra costruendo navi da 5000 passeggeri e 1400 persone di equipaggio… impressionante.. andare sotto una nave di queste ferma in un porto ci si sente come sotto un grattacielo.
Il cappellano e’ a servizio principalmente dell’equipaggio e per tutti e’ il “padre” .. per tutti… anche per i musulmani o gli induisti, o gli agnostici.. intanto fa il padre.. si prende cura di loro: delle necessita’ materiali, del benessere spirituale e anche un po’ materiale, fatto di qualche festa insieme, di qualche momento di ricreazione o di svago… una partita a calcio in qualche porto, una gita in un posto famoso di quelli che si visitano con le navi…
Escursione con alcuni membri dell’equipaggio
alle piramidi di Giza al Cairo
Una presenza, quella del cappellano, che si sente nell’aria.. se ci sei tutti ti sorridono, ma se non ci sei tutti si chiedono: dov’ e’ il prete? Guai se non ci sei, si sentono privi di qualcuno di importante per loro.
Per i passeggeri si celebra la messa, si e’ disponibili per le confessioni, per i colloqui.
Celebrazione della Messa di Natale
La sera non finisce mai… quando e’ mezzanotte e’ ancora presto .. l’equipaggio finisce il lavoro e sono contenti di vederti li’ per i corridoi, nelle salette da pranzo, nel bar a bere una birra in compagnia.. Le attivita’ ricreative con loro si fanno anche a notte fonda, unico tempo di svago in una giornata fatta di duro e pressante lavoro. Mi sembra che si possa vivere cosi quello stile di San Paolo.. : “mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9.22).
Il cappellano di bordo e’ missionario in mezzo a tutti gli uomini e le donne del mondo dovunque essi sono, a qualunque ora… e qui e’ possibile.. non c’e’ giorno o ora dove la presenza del prete a bordo non sia utile e feconda. Alla fine della giornata si e’ stanchi di lavorare … ma non di sorridere.. perche’ siamo uomini del sorriso che diamo e riceviamo.
Portare un sorriso di pace, di speranza in un ambiente dove il lavoro e’ la prima occupazione e c’e’ poco spazio per il resto…
Essere semi di speranza. Essere portatori di pace e di consolazione… con persone che sono lontano dagli affetti, dalla famiglia, da ogni persona cara che grande missione ! Quando si incontrano i ragazzi dell’equipaggio e si parla con loro ti raccontano del loro mondo, delle persone care, della loro famiglia, dei figli che crescono. Il loro cuore e il loro pensiero non e’ lì sulla nave, ma lontano, a casa, e hanno tanto bisogno di parlare con qualcuno di quello che sentono, delle loro emozioni, delle cose a cui tengono di piu’.
Missione e’ andare… anche per mare… anche con chi va per mare… Stare in mezzo al mare, stare in mezzo alla gente di mare.
E fare un po’ anche noi i migranti e gli itineranti… oggi sono tanti milioni di persone che migrano e viaggiano per necessita’ di vita..
Ai nostri giorni la sensibilita’ per i migranti e’ molta, e in tutte le terre i sacerdoti accolgono i migranti. Ma li accolgono a casa loro.. Gli altrisono i migranti, i sacerdoti coloro che accolgono nella loro casa, terra cultura. E’ raro invece che si concepisca il sacerdote come Migrante insieme ai Migranti.. Itinerante insieme agli Itineranti..
Il simbolo delle Organizzazioni ecclesiali che si occupano dei Migranti e’ spesso la Famiglia di Nazaret in viaggio su in mulo, itinerante e migrante (non si capisce se raffigurati nell’andare o nel tornare dall’Egitto, luogo in cui si sono rifugiati per necessita’ a causa della persecuzione di Erode). La famiglia di Nazaret, Gesu’ stesso quindi, e’ raffigurato itinerante, e migrante. Credo che fare il cappellano a bordo di una nave sia imitare Gesu’ proprio in questo: essere itinerante con gli itineranti, migrante con i migranti.
Don Luca Centurioni
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